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Gillo Dorfles. L'avanguardia tradita

Gillo Dorfles arriva alle ore 12.15 ed è accolto come una star dalla folta platea di giornalisti e amici che lo attendono nella Sala delle Otto Colonne a Palazzo Reale a Milano. Arriva con passo sicuro ma discreto, come se fosse uno dei tanti presenti, con l’immancabile cappotto beige con il quale l’ho visto in quasi tutte le foto sui media. A lui, critico d’arte, professore di estetica, scultore, pittore, medico, a lui, 100 anni il 12 di aprile, è dedicata l’esposizione, dal titolo “Gillo Dorfles. L’avanguardia tradita”, a Palazzo Reale, a Milano, dal 26 febbraio, che ne celebra la caleidoscopica personalità artistica.
Saranno 207 opere, di cui circa 60 inedite, a raccontare, nella mostra a cura di Luigi Sansone e prodotta da Palazzo Reale e dalla Fondazione Antonio Mazzotta, l’immenso lavoro dell’artista triestino, attraverso 70 anni di ricerca e meditazione artistica, sfociati in un percorso ricco e tortuoso, con molte svolte, sempre alla ricerca dell’essenza stessa della contemporaneità. Forse proprio a questo allude il “tradimento” del titolo della mostra, che alla fine tradimento non è, ma essere fedeli a se stessi.
Era il 1948 quando Dorfles con Soldati, Munari e Monnet costituì il Movimento per l’Arte Concreta, il MAC , che, sulla scia di simili movimenti artistici europei, rivendicava l’autonomia dell’arte dalla rappresentazione realistica della natura. Mossa non delle più facili in un’Italia da sempre dominata dalla cosiddetta “bella pittura”; impresa delle più ardue dopo il successo, negli anni Quaranta e Cinquanta, del realismo sociale. Il movimento durò circa 10 anni e se finì per annacquarsi non fu per mancanza di ingegno, ma per l’allargarsi “quantitativo” dello stesso.



Eppure il percorso artistico di Dorfles nasceva proprio da parte di quell’arte che osteggiava, dal mare magnum della pittura metafisica, del lessico surrealista. Lo dimostrano le prime opere in mostra, quelle degli anni Trenta, come “Larve azzurre” del 1937, dove strane forme dalle sembianze vagamente alla Tanguy incedono su uno sfondo fortemente espressionista. Gli anni Quaranta segnano un decisivo mutamento: la pittura di Dorfles sembra virare verso un’astrazione dai ricordi ancora zoomorfi, come è ben visibile in “Composizione con cornucopia” degli anni 1942-47 o in “Composizione con più figure” del 1949. “Composizione con coda” è uno splendido esempio dell’ulteriore variazione degli anni Cinquanta: scompaiono i fondi neutri del decennio precedente e un’esplosione di colori inonda la tela, che è completamente riempita da una sinfonia di linee, curve, quadrati e cerchi. Il modus operandi di Dorfles muta ancora negli anni Ottanta: l’opulenza del colore è abbandonata a favore di fondi neutri o delicati acquarelli e si nota la predilezione per un segno prevalentemente calligrafico. Ne sono esempio “Senza titolo” del 1983 o il delicatissimo “2 figure con mezzaluna” del 1989. Gli anni Novanta vedono il ritorno di una cromia vivace, stesa in campiture piatte, come in “Custodire l’intervallo” del 1996 e “L’incubo cornuto” del 1999.
Testimoniate sono anche le opere plastiche di Dorfles, sculture e gioielli in argento, realizzati con il metodo della fusione a cera persa e interventi manuali.
La mostra vanta prestiti da numerosi collezionisti privati e istituzioni museali e nasce anche grazie alla stretta collaborazione da sempre esistita tra la Fondazione Mazzotta e lo stesso Dorfles, testimoniata già dal 1968, con l’edizione del celeberrimo volume “Kitsch” e da numerose acquisizioni delle sue opere. E proprio a Gabriele Mazzotta va il grazie di Gillo Dorfles per aver avuto il “coraggio di affrontare un’opera come la mia, dispersa, ignorata e spesso disprezzata”, spesso definita dai critici al pari di “scarabocchi inutili”.
Sarebbe stato facile adattarsi al conformismo, al successo facile e scontato, per un uomo che con le sue idee e le sue opere ha vivificato il mondo dell’arte. Eppure, per Dorfles, mai uguale a se stesso nei suoi scritti così come nelle sue opere, proprio il conformismo era il male, era, con le parole dello stesso Dorfles in Conformisti “la morte dell’autenticità. Il conformismo è peggio del fanatismo, dell’esibizionismo, del populismo, del laicismo, del misticismo; o forse in un certo senso tutti li comprende e li ingloba”.

Isabella Berardi per TK

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